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Quale genere neutro?
Quale genere neutro?

Quale genere neutro?

È in atto uno stupro nei riguardi delle desinenze oppure siamo di fronte alla porta che introdurrà, nella lingua italiana, il genere neutro? Lo schwa avrà l’onore di tale trono? E, se così fosse, che fine faranno i due generi “classici”: ovvero, il maschile e il femminile? Il dibattito è aperto!

Premesse

La lingua è un fatto culturale, scorre ed è flessibile. Talvolta attinge acqua dai suoi emissari mentre altre volte lascia pozze d’acqua completamente a se stesse. Se la società si evolve la lingua evolve di conseguenza.

[…] ogni lingua […] è un organismo naturale,

che evolve in base all’uso della comunità dei parlanti

Paolo D’Achille

Oggi si parla molto di inclusività, in particolare si discute sull’introduzione del genere neutro nella lingua italiana per far sentire incluse anche le persone che si definiscono non binarie – ovvero, quella sfera di persone, che non rientrano nei generi “canonici”. E che non si sentono a proprio agio ad affidarsi a pronomi maschili e femminili.

L’ignoto ci spaventa, conoscere il punto di vista del prossimo anche. Forse ciò che più ci crea scompensi è il cercare di comprendere un pensiero che è lontano dal nostro essere “Io” e dalle nostre esperienze di vita vissuta.

In questo caso non si parla di “empatizzare con…” perché a fare da protagonista sarà la lingua, un aspetto che ancor più ci unisce e ci rende parte di qualcosa. La lingua è viva, pulsante, ed è in continua crescita. Proprio per questo motivo non possiamo pretendere che la lingua rimanga immutabile al tempo, altrettanto inutile sarebbe ostinarsi a difendere una lingua non permettendole di evolversi.

Attraverso la lettura dei due articoli Un asterisco sul genere, scritto da Paolo D’Achille, e L’emancipazione grammaticale non passa per una e rovesciata di Cristina De Santis, voglio illustrarvi la questione del genere e dello schwa – o scevà, che dir si voglia. Fare una sorta di “lista della spesa”, dove cercherò di mantenere velato il mio punto di vista, per poi creare con voi un piccolo dibattito nella sezione commenti.

Partiremo dal genere neutro, poi una piccola sosta sull’asterisco, per giungere infine allo schwa.

Il genere neutro

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile? Nossignore.

La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte […]

Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatica ragionata, come dico io,

vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito.

Luigi Pirandello, “Acqua amara”.

Il signor genere neutro? Possiamo continuare a bussare alla sua porta quanto vogliamo, ma ha fatto le valigie molto tempo fa. Per andare dove poi? Forse, in un luogo più adatto alle sue esigenze. Che non voglia essere disturbato?

Nel suo articolo la De Santis ci dice: Il genere Neutro (di cui si reclama il bisogno) esisteva in latino, è vero, ma era usato prevalentemente per distinguere ciò che è inanimato da ciò che è animato, ed è scomparso per morte naturale nella “catastrofe” che ha portato alla nascita dell’italiano. In latino, dunque, il genere neutro serviva di solito per distinguere l’inanimato da ciò che invece non lo era. Molto di rado veniva utilizzato per gli esseri umani, le eccezioni si trovano in diminutivi di nomi – neanche gli dei godevano di tale onore.

Se dicessi che sono seduta su una sedia a scrivere questo articolo sul tavolo noterete che la parola sedia è al femminile e la parola tavolo, al contrario, è al maschile. Che significa questo? Che gli oggetti hanno un sesso biologico a cui far riferimento? Direi di no!

La sedia e il tavolo sono e rimangono solo oggetti – Immaginate il caos di vivere in un mondo in cui anche gli oggetti hanno un sesso.

Questo piccolo esempio ci fa capire quali sono le categorie che dividono il mondo, le categorie con cui noi guardiamo il mondo: il maschile e il femminile. Senza renderci conto, però, che il genere naturale è diverso dal genere grammaticale.

Con queste premesse, è possibile fare ricorso al genere neutro? Non proprio perché l’italiano non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile. Il rifiuto dei pronomi possiamo vederlo anche nell’inglese con l’adozione del pronome they (e delle sue forme plurali them, their, theirs, ecc) e non del pronome it; e l’introduzione in svedese nel 2012 del pronome hen accanto al quello maschile han e quello femminile hon.

Gioco di pronomi a parte.

Nella lingua italiana il maschile plurale è da considerarsi come genere grammaticale non marcato. Come puoi vedere nelle frasi “Tizia e Caio sono stanchi” o “mamma e papà sono usciti”, il plurale maschile rimane vago e generico, per l’appunto non marcato. Inoltre, se dico “stasera uscirò con alcuni amici” non significa che gli amici con cui uscirò saranno solo maschi. Punto a favore per il maschile plurale non marcato?

Inoltre il genere è una proprietà individuale e per questo dobbiamo tener presente in primo luogo che maschile non vuol dire “del maschio” né femminile vuol dire “della femmina” – citando di nuovo la De Santis “[…] questa identificazione automatica è una banalizzazione frutto di un pregiudizio realistico che nulla ha a che vedere con la grammatica”. In secondo luogo, la categoria del genere si manifesta in modi complessi, devo ricordarvi quanto è complessa la lingua italiana?

Perché non usare l’asterisco?

Ok, se il neutro è fuori dai giochi, come possiamo rivolgerci ad una persona che si definisce non binaria? Usando la terza persona plurale o rivolgendosi col sesso biologico della persona non rispettando, però, il modo di essere della stessa?

L’italiano non consente l’uso di loro in corrispondenza del they/them dell’inglese, offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando. Infatti il sistema della lingua italiana mette a disposizione altre alternative a chi intende evitare l’uso di determinate forme al basso costo di un piccolo dispendio lessicale.

Un’opzione sarebbe l’uso dell’asterisco, simbolo che andrà a neutralizzare (oppure, usando un altro termine, opacizzare) il genere grammaticale.

Cari tutti/care tutte diventerà car* tutt*.

Certo se escludiamo i motivi per cui si utilizza l’asterisco.

Di contro, è stato interessante leggere l’intervento di un docente di informatica sull’uso dell’asterisco relativo alla sua materia. Evitando discorsi astratti e fin troppo teorici farò un semplice esempio riprendendo la formula scritta poco prima. Nella formula “Car* tutt*” se l’asterisco rispettasse i suoi principi sul piano informatico, potrebbe diventare qualsiasi cosa. Anche “carini tuttologi” e “carramba tuttora”. (Brillanti esempi presi dall’articolo di Paolo D’Achille)

Questo perché l’asterisco, in informatica, indica una sequenza di zero o più caratteri. Sul piano della lingua l’uso dell’asterisco, invece, causerebbe problemi sulla pronuncia: come si pronuncia un asterisco? Lo stesso problema si è presentato anche con la chiocciola e la “x”.

E lo schwa?

Lo scevà è un suono vocalico neutro, non arrotondato, senza accento o tono, di scarsa sonorità

Definizione Treccani

Lo schwa (Ə), per gli amici la “e” rovesciata, proposto come alternativa all’asterisco, è un simbolo – o meglio suono – preso dall’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e vari dialetti italiani. La proposta risale al 2015 quando Luca Boschetto scrisse un breve articolo contenente le basi di quello che sarebbe diventato il suo progetto Italiano Inclusivo.

Car* tutt* diventerebbe carƏ tuttƏ.

Questa proposta sarebbe da preferire all’asterisco in quanto lo schwa ha il vantaggio della pronuncia, infatti ha già trovato molti sostenitori – basta vedere la pioggia di schwa che ha invaso i nostri social. Seppur l’onda di sostenitori vi è un’altra parte, invece, che si vede contrariata all’uso dello schwa mantenendo un certo grado di sensibilità verso le persone non binarie.

Cosa pensa l’Accademia della Crusca a riguardo? Crede che la soluzione schwa non sia tanto praticabile, ancora meno dell’asterisco, a partire dalle difficoltà che creerebbe nei casi di dislessia.

E se lo schwa dovrebbe essere inclusivo, perché allora escludere un’altra minoranza? Chi includiamo nella lingua inclusiva e chi escludiamo?

  • Di per sé lo schwa è un suono e non un grafema e anche le lingue che lo hanno come grafema non lo usano come tale.
  • Non ha un corrispondente maiuscolo e se pur si volesse usare una E ribaltata andrebbe a creare un altro artificio privo di riscontri, inoltre il simbolo Ǝ, nel linguaggio matematico, significa “esiste”.

Luca Boschetto, nella sua proposta, utilizza come plurale la vocale centrale semiaperta non arrotondata, ovvero “ɜ”.

CarƏ tuttƏ nella forma plurale sarà carɜ tuttɜ.

Lo schwa si propone come paladino che vuole superare il maschile plurale non marcato, non sembra essere presuntuoso – come, invece, lo è chi demonizza questa soluzione d’italiano inclusivo considerando la lingua come sacra e intoccabile.

Al giorno d’oggi, parlare di intolleranza e di inclusività è arrivare agli estremi di due confini e sfiorarsi quasi, delicatamente ma anche violentemente.

L’idea di «identità» è nata dalla crisi dell’appartenenza e dallo sforzo che essa ha innescato per colmare il divario tra «ciò che dovrebbe essere» e «ciò che è», ed elevare la realtà ai parametri fissati dall’idea, per rifare la realtà a somiglianza dell’idea.

Zygmunt Bauman

Conclusioni

Questa è una conclusione ma non è una conclusione.

Com’è nato questo articolo? Dal motore che ha sempre spinto l’uomo a trovare delle risposte: curiosità. È una questione all’apparenza lontana ma che ci scivola, ci attraversa, e noi? Siamo persone diverse e ognuno reagisce a suo modo. Chi la tratta con indifferenza, chi si vede a favore, chi a sfavore, chi si incuriosisce e si informa.

Sono contraria alle etichette sulle persone, questo è un qualcosa che non riesco a concepire. Perché siamo persone e non delle statue in marmo o in ceramica ma questo non deve giustificarmi a imporre la mia visione sugli altri – purtroppo questo è un concetto che molti non comprendono.

Vivi e lascia vivere, tutto qui.

Personalmente mi trovo d’accordo con quanto sostenuto dall’Accademia della Crusca e non perché io non voglia essere inclusiva, anzi. L’uso dello schwa mi confonde e non poco e lo trovo agrammaticale. Forse al momento è il miglior modo per poter rievocare il genere neutro o forse è una trovata passeggera, una sorta di moda che sta prendendo piede, e ci lascerà così come si è mostrata. Forse troveranno un modo più consono per introdurre il genere neutro, o forse no. Chi può dirlo?

Vorrei che si creasse un dibattito qui sotto nei commenti perché mi rendo conto di saperne davvero poco sull’argomento, magari sentendo anche l’opinione di persone non binarie. Cosa ne pensate del genere neutro, dello schwa? Trovate sia più pratico lo schwa che l’asterisco? Riesumare il genere neutro che conseguenze potrà comportare ai due generi conosciuti? Sono ben voluti pareri a favore e a sfavorepurché ci sia della civiltà.

Vi aspetto nei commenti!

Saluti da Africa.

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