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La donna dai tacchi arancioni
La donna dai tacchi arancioni

La donna dai tacchi arancioni

Per una serie di strane coincidenze quella mattina la lista della spesa che avevo “accuratamente” preparato per mia madre cadde dalla finestra.

Nell’affacciarmi un piccione incrociò il mio campo visivo e quando scomparve la lista sembrava non essere mai esistita. Persa per sempre inglobata dal caos del mattino. Questo significava richiamare mia madre e farmi dettare nuovamente le specifiche marche delle sue fottute creme. Imprecando come non avevo mai fatto in vita mia fino a quel momento, ero appena un adolescente, notai giù in strada una donna con un paio di tacchi arancioni. Avanzava a passo svelto e il suo tailleur nero suggeriva la sinuosità delle sue forme.

Mi paralizzai, potevo solo seguirla con lo sguardo fino a perderla.

Era una mattina di marzo, non troppo fredda né troppo calda, e lo ricordo bene erano le 8:34.

– Mamma ho perso la lista – la chiamai e mentre la sua voce mi deliziava con strane pronunce di non so quale lingua continuavo a pensare a quella donna.

– Domenico mi ascolti? –.

Non ero riuscito a vederla in volto, i suoi capelli mi erano parsi scuri perciò ipotizzai fossero corvini. Ma quel corpo, quel corpo non mi dava tregua.

Sbagliai anche a riscrivere la lista aggiungendo la voce “tacchi arancioni”.

Per tutta la giornata il suo corpo era acceso in me come una lampadina in una perenne eccitazione.

Chi era? Cosa faceva? Volevo sapere tutto di lei. Perciò fantasticai per ore su come poteva essere la sua vita. Sembrava giovane aveva appena una trentina. Me la immaginai come una donna importante, magari aveva un bel posticino in una banca locale e guadagnava cifre enormi.

Io, al contrario, potevo solo accontentarmi di pochi pezzi di carta e due calci in culo facendo cadere i piatti invece che servirli ai clienti.

Autoritaria e intelligente, con un marito a capo di una grossa azienda e due figli, un maschio e una femmina e una casa da sogno con mobili non troppo futuristici. Di futuristico invece solo qualche copia brutta di quadri del calibro di Giacomo Balla e Gino Severini. Il dubbio gusto lo affiderei al marito, un borbottante matematico amante della logica.

I figli, due esseri viziati privi di ogni umanità. Che con il sopraggiungere dell’adolescenza si sarebbero buttati nelle mani della droga per sfuggire alla noia.

Il mattino successivo, alla stessa ora, guardai fuori dalla finestra per curiosità e, con mia grande sorpresa, la vidi avanzare con la stessa audacia. Non aveva più un tailleur nero ma un vestito attillato color indaco e una giacca di pelle. Il tempo cominciò a girare attorno alla sua figura e il mio sangue decise di aggrapparsi con una certa enfasi alle pareti dei miei vasi sanguigni. Quella volta tuttavia il suo viso sfiorò il mio sguardo e un paio d’occhi come il cielo mi fece sentire una nullità, un insulso pellegrino e osò avventurarsi in un terreno sacro inaccessibile all’uomo.

La donna con i tacchi arancioni divenne parte della mia quotidianità.

Ogni mattina alle 8.34, con la pioggia o con il sole, sbirciavo in strada e la seguivo con lo sguardo passare tra la folla. Ogni giorno con un vestito diverso, ogni giorno con un’acconciatura diversa, ogni giorno con gli stessi tacchi. Talvolta qualcuno le fischiava, facendo qualche apprezzamento non richiesto e questo mi faceva ogni volta incazzare. Ma per quante volgarità le vomitarono lei li ignorava come fossero vermi, mostrando una magnificenza che mi fece dubitare della sua natura umana.

Io, un povero sfigato che marinava la scuola un giorno si e l’altro anche per farsi le canne, mi sentivo un privilegiato nel godere della sua presenza. Con ogni mio senso ero cotto di lei, del suo lieve odore di rosa che sguazzava sino alla mia stanza alla sua aura fascinosa.

Con lei conobbi il tanto agognato amore platonico, convinto invece fosse l’amore per Platone.

Seppur le mie doti artistiche fossero pari alla mia predisposizione del rispetto delle regole provai a disegnarla in ogni foglio che riuscivo a trovare. Il suo volto morbido, i suoi occhi fini, le sue labbra all’ingiù, i suoi seni, la sua schiena, i suoi fianchi, lei. Ma soprattutto, i suoi tacchi.

Con lei l’arancione divenne il mio colore preferito.

– Dom allora sta cavalla esiste davvero? –.

Avevo parlato di lei al mio gruppo, avevo mostrato i miei non disegni e l’avevo descritta come una buona foglia da fumare.

– Oh si –.

– E perché non te la sei mai fumata allora? –. Risero, quattro coglioni che sapevano appena il loro nome cosa potevano saperne di amore platonico?

I giorni passavano, così come lei, fino a quando sei mesi dopo averla vista la prima volta provai l’amara delusione della sua scomparsa. Quella mattina lei non si fece vedere. Nemmeno il giorno seguente così come i giorni a venire. Così come era comparsa scomparve, creando un enorme voragine.

Pensai che si fosse trasferita in una casa più grande e più bella con un nuovo marito, magari all’estero. Una fuga d’amore con un’altra donna lasciando la sua attuale vita. In viaggio verso posti esotici lontano da una città in cui i vecchi non fanno che fissare culi e tette di donne per strada, fischiando come se avessero dinnanzi una stupida bambola.

Lei fu la prima donna di cui ero follemente innamorato che non portai a letto.

In ogni mia relazione più volte cercai elementi che mi riportassero a lei, alla donna dai tacchi arancioni, all’aura di mistero che si portava dietro.

Qualche tempo dopo, passando davanti un’edicola, notai una foto famigliare e un titolo di giornale che diceva:

PROSTITUTA TROVATA MORTA CON SUO FIGLIO.

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